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Ortoressia: disturbi alimentari negli sportivi – Il ruolo del personal trainer

Ortoressia

L’importanza di riconoscere un disturbo alimentare:
Ortoressia: definizione, sintomi e cosa fare.

Tra gli sportivi troppo spesso accade che l’alimentazione sia impostata autonomamente in modo disfunzionale ed inflessibile, nel tentativo di perfezionare la performance o raggiungere/mantenere una forma fisica impeccabile.

Disturbi alimentari come ortoressia, anoressia, vigoressia, sono spesso confusi come pratiche coerenti alla severità della disciplina sportiva: vista spesso come piena di sacrifici, privazioni e fissazioni.

Se ad un occhio non esperto, questa svista può anche essere concessa, ad un professionista come un personal trainer non può sfuggire.

Ti dirò di più.

È importante che il personal trainer/coach, sia in grado di riconoscere il problema ed attuare le giuste scelte. Questo non vuol dire diventare psicologi, come spesso si dice, ma porre in essere quelle accortezze di cui parlerò in questo articolo.

Posso dire con assoluta certezza che conoscere i disturbi alimentari è un vantaggio sia per il nostro cliente che per noi.

Oggi voglio focalizzarmi sull‘ortoressia; gli atleti troppo attenti all’alimentazione (e nel bodybuilding ce ne sono molti) sono interessati da una maggior predisposizione a diventare ortoressici. Ma partiamo dalle basi.

Che cos’è l’ortoressia?

disturbi comportamento alimentazione

L’ortoressia è un disturbo del comportamento alimentare che si differenzia dagli altri DCA.

In particolare, la differenza con i DCA è che, in questi, tutte le attenzioni sono poste sulla quantità di cibo e sulle sue ripetute e costanti ricadute.

Nell’ortoressia, invece, tutte le preoccupazioni riguardano la qualità del cibo, il rischio di contaminazione, la minaccia che sia sporco e non sano, non puro.

Questo disturbo si può trasformare in una vera e propria mania di persecuzione se viene trascurato.

L’ortoressia si concretizza in una vera e propria ossessione per il mangiare sano.

Esistono diversi livelli di ortoressia, seppur non ancora canonizzati in termini clinici, che vanno da forme più lievi e transitorie, fino ad arrivare a situazioni quasi maniacali.

Essendo un disturbo di carattere mentale, il problema non deriva dall’azione in sé ma da quello che si pensa dell’azione.

Il soggetto ortoressico è infatti inserito in un circolo vizioso nel quale, a fronte di una forte insoddisfazione personale, cerca di ristabilire la propria autostima, attuando regole eccessivamente rigide. Queste regole, se trasgredite, comportano un senso di colpa molto forte che porta, di riflesso, ad inasprire ulteriormente le restrizioni comportamentali.

Sintomi dell’ortoressia

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Anche se dalla definizione, l’ortoressia può sembrare più uno stile di vita “sano” piuttosto che un disturbo, il confine tra normalità e patologia è davvero molto sottile. Per questo motivo può essere molto difficile individuarlo come problema psicologico.


Come capire se una persona è solo molto salutare nelle sue scelte alimentari o se è proprio ossessionata dal cibo sano e incontaminato?

La persona con ortoressia, inizialmente, elimina pian piano dalla sua dieta alcuni cibi perché considerati pericolosi. Successivamente, la selezione del cibo diventa un ossessione: gli alimenti consentiti sono sempre meno e sottoposti ad un’accurata analisi anche per quanto concerne provenienza, coltivazione, conservazione, etc.

La persona si troverà a mangiare sempre da sola (come fanno anche le persone con anoressia), iniziando ad eliminare moltissimi cibi e causando un deficit sul piano nutrizionale che può, a volte, nei casi gravi, portare anche alla morte.


Ciò che viene meno nell’ortoressico è il sano equilibrio, non solo lato alimentare ma anche sul piano personale e affettivo.

All’inasprimento delle regole già molto ferree consegue poi un’apparente realizzazione proprio in quegli aspetti della vita dove si pensa che disciplina e sacrificio portino risultati (forma fisica, lavoro, business, competizioni, studio).

Il fulcro del comportamento ortoressico sembra apparentemente una scelta di cibi che possono aiutare a raggiungere o a mantenere la salute, ma non è così.

L’ortoressico è un ipocondriaco del cibo, il quale viene visto, non come fonte di nutrimento, ma come potenziale veleno, fonte di malattia.

Spesso i soggetti affetti da ortoressia hanno anche un disturbo ossessivo compulsivo di personalità e, in generale, si affannano a costruire un corpo forte e resistente agli attacchi infettivi o alla vecchiaia. 

Quali sono le cause dell’ortoressia?

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Salutismo estremo, paura di ammalarsi, altre motivazioni psicologiche, etiche (spesso supportate da una propaganda commerciale terroristica) hanno creato un’infinità di modelli sociali differenti e una scelta di norme di vita spesso in totale conflitto con un’esistenza sana ed equilibrata.

Se “tutta la salute dipende dal cibo”, allora, nella mente della persona con ortoressia è il cibo che deve essere controllato, dosato; tutto il resto non conta.

Ma anche i fattori esterni non aiutano…

L’ortoressia può essere facilitata anche da fattori esterni come quelli che seguono.

I ritmi forzati della vita moderna portano le persone a selezionare, per comodità, alcuni cibi e a concentrare il loro apporto giornaliero in base a parametri assoluti, non adeguati per la loro persona.

Alcuni modelli di salute e bellezza rivolti al consumismo piuttosto che all’individuo portano spesso le persone a orientarsi verso un’alimentazione non sana né equilibrata. Se puoi sottolineiamo che nel nostro ambiente, quello del bodybuilding, un fisico tiratissimo e squartato viene associato ad un corpo perfettamente in salute, riusciamo a capire che il problema ce l’abbiamo proprio in casa.

Il consumo maniacale di integratori alimentari, proteine in polvere, vitamine, sali minerali e tutta una serie di altri surrogati più o meno utili, è sintomo di un approccio non sano ed equilibrato all’alimentazione.

Scale di autovalutazione basate sul rapporto: salute-bellezza-autostima. Queste persone pensano che avere un corpo scolpito, porterà loro oltre che al successo, anche all’aumento della propria autostima. Paradossalmente, le persone che attribuiscono al proprio corpo questo valore, spesso sono condizionate dalla ricerca di approvazione proprio tramite l’aspetto del proprio corpo.

Le conseguenze dell’ortoressia

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Le conseguenze dell’ortoressia sono abbastanza chiare.

Il soggetto ortoressico tende ad isolarsi dal mondo esterno, frequenta solo persone esattamente uguali a lui, controlla maniacalmente i dettagli, molto spesso in influenti e non è in grado di avere una visione globale oggettiva.

Un soggetto ortoressico è colui che si costruisce una prigione da solo e poi ci va a vivere dentro. Una prigione fatta di restrizioni, di regole, di sensi di colpa nel momento in cui si infrangono queste regole molto ristrette. 

Questo porta il soggetto ad incontrare difficoltà nell’appagare sé stesso e i propri sensi. Spesso essi stessi si impongono di provare disgusto per cibi che in realtà apprezzerebbero molto, solo perché convinti che quegli stessi cibi possano essere dannosi per la sua salute.

Come per l’alimentazione, allo stesso modo i rapporti interpersonali e di coppia vengono spesso incrinati perché considerati inadatti o non convenienti.

Questa condizione porta l’ortoressico a non riuscire a provare un reale appagamento personale e a percepire uno stato d’insofferenza e delusione costante.

Una situazione questa che aggrava l’insicurezza e alimenta il circolo vizioso cui accennavo poco sopra. Il soggetto tende, in questo modo, ad isolarsi ed a fidarsi tendenzialmente solo delle proprie forze e delle proprie regole.

In ultima analisi, il ragionamento compiuto dall’ortoressico si ripercuote in una completa incapacità di vivere il proprio presente. Il futuro diviene ansia di prevenzione per ogni aspetto personale e alimentare; il passato è una somma di occasioni mancate, errori e rimpianti.

Come accorgersi di un/a cliente affetto/a da ortoressia

Nel nostro ruolo di allenatori dovremmo stare all’erta nel momento in cui notiamo i comportamenti sopra descritti o quando la persona inizia a non performare più come dovrebbe, senza apparenti motivi. 

Nel nostro ambiente la differenza è ancora più difficile da percepire e ti faccio subito un esempio.

Un bodybuilder che controlla e conteggia ogni cosa è ortoressico? Dipende!

Direi di no, se quando ha finito la competizione riprende uno stile di vita vario e senza ossessioni. Anzi, spezzo una lancia a favore di chi conteggia con criterio ogni cosa mentre è prossimo alla gara. Se però, l’atleta non riesce a mollare questo sistema fatto di restrizioni e conteggi al mg, allora siamo di fronte ad un problema.

Ci tengo a specificare che in questo momento il problema non è nostro, ma del nostro cliente. Ma se poi, noi personal trainer sottovalutiamo o addirittura caldeggiamo questo problema, allora diventa anche nostro. 

L’apparenza di un inizio di ortoressia la si può riconoscere dal controllo maniacale di qualsiasi cosa ingerita, ad esempio conteggiare anche l’apporto calorico o gli ingredienti di 1 singola caramella che si mangia.

Il problema si ha quindi se l’atteggiamento è ossessivo/compulsivo: allora siamo di fronte a un grosso problema. Se invece l’approccio è decisamente rilassato ed elastico, allora nessun problema!

C’è solo una preparazione in atto.

Chi sono i professionisti di riferimento per l’ortoressia

I professionisti di riferimento in casi di ortoressia sono ovviamente gli psicologi e psicoterapeuti. Tuttavia, per aver bisogno di questo intervento, vuol dire che la persona ha veramente estraniato tutti dalla propria vita. Anche per il personal trainer diventa praticamente impossibile avvicinarsi ed indirizzarlo alla figura di riferimento. 

Come ho già scritto in precedenza non è un semplice conteggio dei macronutrienti o delle calorie che ti fa diventare ortoressico, ma l’incapacità di farne a meno. 

Molto spesso gli atleti si nascondono dietro al classico “ma a me non costa nulla conteggiare tutto”, quando il vero problema si ha quando “costa parecchio NON conteggiare tutto”.

Il coach deve fare anche da psicologo?



Un giorno, scrollando la home di Facebook mi sono imbattuto in un post che chiedeva: “Quando finisce il lavoro di un coach ed inizia quello di uno psicologo?”.

Domanda sicuramente molto intelligente perché purtroppo ci sono troppi coach che credono di essere psicologi.

C’è una frase che viene troppo spesso ripetuta in quest’ambiente ed è che per essere personal trainer bisogna essere anche un po’ psicologi. In quel post si sosteneva proprio questa tesi, che non mi sento di condividere.

La risposta corretta alla domanda iniziale si trova facendoci ulteriori domande:

Un disturbo del comportamento alimentare, molto spesso (ma non sempre) è ininfluente nel momento in cui noi alleniamo la persona. Quello che è importante per noi coach è riuscire ad avere tatto e buon senso quando si riconosce di avere a che fare con una persona affetta da ortoressia o altro DCA.

ATTENZIONE!!! STO PARLANDO DI INTERGIRE E NON DI AVER LA PRETESA DI CURARLO!

  1. Come posso capire il confine tra il mio lavoro di coach e quello di psicologo se non conosco il problema del mio atleta?
  2. Dal momento che non posso fare diagnosi, come faccio a capire che c’è bisogno di uno psicologo
  3. Come posso comunicare al mio cliente che ha bisogno di uno psicologo senza offenderlo?

Lo so che in questo momento ti starai dicendo che riconoscere il problema è appannaggio di psicologi. Ma, se è vero che noi coach non siamo in grado di fare diagnosi, è anche vero che per capire che devi andare dal medico, devi sapere come si manifesta l’influenza.

I sintomi dell’influenza li conoscono bene tutti, quindi quando uno sa di avere bisogno del medico, non fa altro che andarci sapendo perfettamente che sta male, pur non conoscendone perfettamente la causa. E soprattutto se un tuo amico è di coccio e non ci vuole andare, tu che riconosci i sintomi lo aiuti a ragionare e lo indirizzi dal medico.

Come personal trainer, come possiamo noi riconoscere i disturbi alimentari senza emettere una diagnosi e senza metterci nei guai?

Se conosco il problema so riconoscerlo, so come muovermi e so a chi rivolgermi.

Saper riconoscere il problema non è vantaggio solo per il cliente, ma anche per noi personal trainer che evitiamo di pestare i piedi a figure medico sanitarie con delle soluzioni magari fantasiose, se non pericolose.

Un’altra cosa da non sottovalutare è che se non conosciamo il problema, rischiamo di ghettizzarlo. Se non si identifica il problema come tale, si tende a respingerlo nel momento in cui ci si presenta davanti in maniera evidente.


Il personal trainer che non riconosce il disturbo alimentare negli atleti, non solo non sa capire se c’è bisogno dell’intervento di un’altra figura professionale, ma è incline a respingere il cliente in quanto “strano” e problematico.

Quindi è conveniente fregarsene visto che non è nostra responsabilità curare la psiche e i comportamenti degli atleti/clienti?

La mia risposta è no!

Cosa può fare un PT per aiutare

Un personal trainer, se riconosce che il proprio cliente ha qualche atteggiamento ortoressico, può interagire come se fosse un suo amico cercando di far percepire i problemi che otterrà con il suo comportamento. Ma attenzione!

Il comportamento eccessivo non deve essere percepito solo dal personal trainer che magari conduce una vita completamente diversa dal proprio cliente. Il comportamento deve essere caratterizzato da oggettiva ossessività e compulsività.

È importante sapere che in questi casi è molto più facile fare danni che risolvere problemi. Il personal trainer può interagire con la persona cercando un buon rapporto di complicità, in maniera da poter sensibilizzare il cliente nel tempo ed indirizzarlo da uno psicologo nei casi più gravi, ovviamente.

E se la persona rifiuta andare da uno psicologo?

La risposta è molto semplice: puoi andare avanti ad allenare il tuo cliente senza mai parlare di alimentazione così non rischi di creare danni, oppure, in casi più estremi, puoi abbandonare il cliente.

Personalmente la seconda soluzione non l’ho mai neanche presa in considerazione, perché generalmente con il rapporto amichevole si riesce tranquillamente a sensibilizzare la persona e farle comprendere l’assurdità del comportamento, se lieve.

Conclusioni 

Negli anni ho scoperto che il personal trainer da questo punto di vista è totalmente impreparato, non è in grado di comprendere, non è in grado di riconoscere, nemmeno su se stesso, questo problema. Questa è una situazione davvero dannosa per i suoi atleti che vengono indotti a pensare che un atteggiamento a tutti gli effetti ortoressico, sia l’unica via per ottenere risultati.

Dal 2014 propongo un percorso di trasformazione che aiuta ai personal trainer a comprendere se stessi e i propri clienti. Per me è quasi una missione, perché troppe volte mi sono sentito dire “quella è fuori” oppure “quell’altro è andato di testa”, quando in realtà c’è solo una enorme incapacità di comprendere situazioni ed emozioni.

Per questo motivo il mio corso di personal food coach non è chiamato “corso di formazione” ma “percorso di trasformazione”; perché è solo percorrendo la strada giusta che potrai cambiare forma e la tua forma mentis.

E ovviamente CAMBIARE è il risultato finale del tuo cliente e del tuo lavoro.



Riccardo Grandi


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