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Vincere nel Bodybuilding: Come si fa?

Se vuoi essere vincente nel bodybuilding, allora devi sapere BENE cosa e cosa contro vincere!

Il Bodybuilding può essere un percorso di formazione ed evoluzione o solo un’occasione per partecipare a una manifestazione sportiva. A seconda dell’interpretazione, la strada per ambire alla vittoria può assumere connotati diversi:

1° caso: Vittoria assoluta

Vuoi vincere una gara di Bodybuilding a tutti i costi, devi arrivare primo; per te, “il secondo posto è il primo tra i perdenti”. Per raggiungere il tuo obiettivo sei disposto a mettere in gioco anche salute, affetti, soldi e tempo. Il rischio di perderli per te è accettabile, perché hai deciso che sono in secondo piano rispetto a una possibile vincita!

2° caso: Vittoria relativa

Per te il Bodybuilding è sostanzialmente un percorso che non ha valore necessariamente solo se vieni premiato. Ti senti parte di quelli che il giorno della gara dichiarano: “Io ho già vinto a prescindere”. Si mettono in mostra, combattono come leoni, ma trovano, ancor prima di salire sul palco, soddisfazione nell’avere raggiunto una forma fisica inedita, nuove consapevolezze e maggiore autostima.

Sono sereni, perché al giorno della gara ci sono arrivati considerando tutti i valori della loro vita. Hanno ponderato continuamente la situazione, hanno posto dei confini e questo li ha salvati dal fanatismo e dagli estremismi. Sono convinti da tempo che una giuria può premiare un atleta, ma non è un trofeo a determinare se si è un uomo o meno e hanno scelto che è sempre più importante essere questo che altro.

3° caso: Vittoria subordinata

Sono le vittorie basate su rivalità e spirito di rivalsa, per rifarsi da quelli che si sono ritenuti essere stati torti subiti. Alla vigilia di una gara, nella testa di questi atleti risuona un imperativo: “Non mi importa del piazzamento ma stavolta devo battere almeno quello/a, non mi importa di vincere su tutti ma lui/lei deve starmi dietro”. Il metro di misura diventa quella persona, che ci farà vivere un dramma qualora dovesse batterci di nuovo.

Ci sono modi diversi di interpretare una vincita, sfaccettature differenti del tutto soggettive.

Personalmente sono più incline a perseguire la seconda, una vittoria relativa, ma non tutti siamo uguali e leggendo avanti ognuno potrà ritrovarsi o meno nelle righe che seguiranno, ma forse trovarci anche spunti per andare più a fondo, chiarirsi cosa intende per “vincere” e avere sogni, aspettative e obiettivi, considerando un panorama più vasto.

La parola “volontà”, per definizione, è: la facoltà/capacità di volere.

Se sappiamo quello che vogliamo, quindi, il gioco è fatto. Ma se è così, perché è difficile ottenere risultati? L’attenzione infatti non deve essere posta su COSA vogliamo, ma su QUANTO la vogliamo. Esempio: Voglio partecipare (anzi provare a vincere) a una gara di Bodybuilding!! Ma dopo un po’ inizio a:

  • Essere stanco per allenarmi.
  • Non trovare il tempo.
  • Non vedere risultati nei tempi che mi ero prefissato.
  • Rinunciare a troppe occasioni sociali a causa del regime alimentare ristretto.
  • Avere troppa fame.
  • Essere troppo nervoso e irascibile.

Di conseguenza, inizio a constatare che il gioco, per me, non vale la candela. Mi chiedo se la scelta di abbandonare il percorso non sia sinonimo di mancanza di forza di volontà. 

Men's Physique vs Bodybulding

In realtà, mi rispondo che ho ponderato la situazione e ho deciso che, nella mia scala dei valori, la preparazione per arrivare a una condizione da gara (per poterla vincere) non è più importante del resto della vita. 

Perfetto! 

Finalmente ho scoperto cosa voglio veramente. Prima pensavo di saperlo, ora invece, ho provato e lo so. Siamo sicuri? Forse invece non so ancora cosa voglio veramente! Una parte di me rimane con il rammarico di non esserci riuscito, dentro di me, una scintilla è ancora accesa…

Sono davanti a un dilemma: voglio qualcosa ma non so come ottenerla perché ci sono troppi ostacoli! 

È qui che inizia il vero atto di volontà! Un processo più legato a scoprire di noi qualcosa di nuovo che non a rispettare un programma già fatto o, ancor peggio, impartito dall’esterno. Devi andare oltre il tuo conosciuto! 

Volere = lo sforzarsi dell’animo a conseguire o ad allontanare una data maniera di sé! Se vuoi cambiare, conquistare un nuovo te, devi ascoltare la tua anima, non la tua testa! 

Devi arrivare a volere quella cosa in modo così viscerale da non poter più vivere senza, quando la razionalità ti direbbe di andare in direzione completamente opposta, tu invece ci vai dritto, perché non farlo andrebbe contro il tuo essere, al modo in cui ti senti, alla realizzazione del tuo Io più profondo.

La razionalità non serve in principio; con quella potrai organizzare, escogitare, trovare soluzioni, riuscirai a incastrare orari, scegliere chi può aiutarti nel percorso, potrai studiare, informarti, adottare le scelte necessarie al fine di favorire una direzione piuttosto che un’altra.

Prima però, devi ascoltare il tuo cuore, sentire per cosa batte, cosa lo fa tenere vivo! Solo indagando dentro di te comprenderai se l’idea di perseguire quell’obiettivo era dettata da un passeggero ed effimero pensiero o se nasceva da un imperativo essenziale allo sviluppo della tua persona. 

Solo se nel campo del reale troverai soddisfazione dagli sforzi che farai e solo se saranno in sintonia con il tuo sentire, ogni fatica sarà gratificante. 

In conclusione, la forza di volontà è strettamente legata alla forza del nostro spirito e dobbiamo sforzarci di conoscerlo, o meglio, di farlo emergere, di portarlo in realizzazione in armonia con le nostre azioni. 

Questa è la fatica principale, quindi non autosabotarti mettendo la testa sotto la sabbia o rimanendo legato a false credenze, paure, sensi di colpa, abitudini dettate più dall’inerzia che dalla conoscenza di te. Riconosciuto il tuo vero io, gli atti di volontà che seguiranno, saranno una naturale conseguenza: sarai forte, ti metterai in disciplina e il tutto sarà in linea con il tuo essere più profondo.

Ho vinto alcune gare, altre ne ho perse; nella mia categoria ho avuto la fortuna di piazzarmi spesso nei primi tre posti. Mi è andata bene, non mi sono montato la testa e l’emozione principale che mi ha sempre pervaso in una vittoria è stata la felicità nell’essere riuscito a portare a compimento una grande impresa.

Il giorno della gara è sempre un’incognita; si vince e si perde per molteplici fattori non governabili o prevedibili, si è sicuri solo di come ci si arriva alla gara. Conscio di questo, sono sempre stato grato a chi mi ha preparato e accompagnato, ma non mi sono mai sentito “superiore” quando una giuria ha apprezzato il lavoro fatto e, di conseguenza, non mi sono mai sentito “inferiore” quando ho perso.

Ho visto atleti disperarsi per un piazzamento, andare in crisi, mandare trofei in frantumi per essere arrivati “solo” secondi, insultare giurie e concorrenti. La sconfitta brucia un pochino sempre, ma fa danni se il fuoco parte dalle fondamenta.

Bisogna essere sinceri con se stessi convenendo che darsi anima e corpo a una preparazione mette a dura prova; avere un obiettivo stimola e sorregge, ma allo stesso tempo, dopo avere investito così tanto, se non lo si raggiunge, può per molti diventare un problema. Il rischio di flagellarsi o voler flagellare gli altri è spesso alto.

Il percorso che ci ha portato sul palco è stato costellato da entusiasmo, condivisione, gioia, momenti nei quali si sono idolatrati preparatori, organizzatori e federazioni, ecc. Poi il giorno della gara non si vince, ed ecco che arriva immediatamente: la depressione, dubbi sul proprio avvenire sportivo, tristezza, inclusione e le persone che prima erano top ora sono bottom.

Le emozioni arrivano in modo irrazionale, ma hanno un’origine storica; prendono forza dal nostro vissuto e dal nostro subconscio. Il brutto è che quando arrivano non le puoi comandare, le puoi arginare, la loro nascita non è controllabile, lo puoi fare solo se hai fatto un buon lavoro su di te.

Quindi, se il giorno della gara ti sei arrabbiato perché hai perso e le emozioni che ti governano sono di bassissima energia, difficilmente in un lampo riuscirai a ribaltare la situazione.

Ti invito a indagare tenendo conto di questi processi:

Solitamente la dinamica è questa:

Si pensa ad avere -> per fare -> per essere.

Esempio:

Quando finalmente avrò vinto… potrò allenarmi con più motivazione o essere appagato di tante fatiche… per essere più soddisfatto di me e felice.

Quindi bisognerebbe cambiare la sequenza e farla diventare:

Essere -> per fare -> per avere.

Esempio:

Sono un uomo/donna che tiene conto dei propri valori… quindi mi muovo in base a questi… il risultato sarà una naturale raccolta di ciò che ho seminato e coltivato.

La Vittoria non è un valore, ma è un risultato che può avere valore.

Ecco che le emozioni cambiano.

Se vinciamo siamo felici, altrimenti no?

Ma la felicità è una condizione chimica di breve durata che comprende un sistema di emozioni che ne comprende altre: endorfina, serotonina, dopamina, sono sostanze chimiche legate a ormoni e neurotrasmettitori.

La Vittoria non è di per sé la FELICITÀ.

La felicità si crea: è un’emozione che creiamo indipendentemente dal nostro stato.

Non siamo felici perché accade qualcosa, ma dipende da come la vivo.

La felicità è un luogo interiore; non è entusiasmo o euforia, posso essere felice indipendentemente da ciò che accade fuori.

Ricordati la storiella della figlia che si lamenta con il padre chef sulle avversità della vita, lui in risposta fa bollire l’acqua in tre pentolini diversi, in uno ci immerge una carota, nell’altro un uovo, nell’ultimo del caffè… se ti interessa il seguito trovi facilmente l’epilogo sul web o sul mio Instagram.

Perché facciamo Bodybuilding? Ho scritto un capitolo intero nel mio libro “Zen Bodybuilding” su questo argomento, ma, in sintesi, tutte le considerazioni ruotano attorno a un perno: la nostra aderenza a una preparazione, il lavoro per ambire a una vittoria, la realizzazione di sé stessi in ciò che facciamo, dipende da come ci sentiamo mentre lo facciamo, o dai feedback esterni? La risposta più comune è: entrambe le cose.

  • La vittoria, per te, ha più valore se ci sono 100 concorrenti o se partecipi da solo? 
  • La soddisfazione è la medesima se non puoi comunicare il risultato a nessuno, su nessun social? 
  • Se nel teatro non c’è pubblico e sul palco nessun concorrente, e in giuria un solo giudice a guardarti nemmeno con troppa convinzione, spingi forte comunque? 
  • Se nessuno ti dice bravo? 
  • Ti alleneresti come fai adesso, anche se tu fossi l’unico abitante della terra? Davvero riusciresti a essere un Robinson Crusoe “palestrato” e che sta attento alla dieta?

    La risposta è no? Allora quello che fai lo stai facendo per come ti fanno sentire gli altri!

Lo so che i meccanismi sociali nei quali l’uomo cresce e si sviluppa richiedono interazioni, ma il rischio di esistere in base alle valutazioni altrui è alto.

La motivazione intrinseca deve essere la spinta che, a prescindere dall’esterno, ci fa muovere. Il nostro modo di fare nasce dal nostro modo di essere, al contrario trovarci nella situazione dove il nostro modo di essere è figlio del nostro modo di fare è fuorviante, va in una direzione che porta lontani da noi stessi.

Ciò che siamo ci fa compiere delle azioni, ma anche le azioni stesse definiscono ciò che siamo. In questa alternanza ci sviluppiamo e ci conosciamo meglio, ma se badiamo più alle azioni, il rischio di essere presi da abitudini, usanze, stereotipi, mode del momento diventa alto.

Il nostro allenamento, la nostra dieta, le nostre azioni in generale, dovrebbero essere portate avanti non perché garantiscono un risultato finale (una vincita in gara, un successo nel lavoro, una sicurezza affettiva), ma perché ogni giorno semplicemente non potremmo fare altrimenti, perché ogni giorno con le nostre azioni crediamo fortemente che stiamo vivendo di più, più intensamente, più in qualità, più in amore, tenendo in vita l’aspirazione a diventare il nostro eroe interiore.

Sostenibilità del percorso: perseguire un obiettivo animati da una spinta che non lascia alternative. Vivendo in qualità. Per più tempo possibile.

Se si riesce a portare avanti questi aspetti abbiamo scelto un metodo sostenibile. Questo vuol dire quindi adottare abitudini per non avvicinarsi precocemente alla morte. I più fatalisti potrebbero dire: “tanto alla morte ci arrivi comunque”, tanto vale fare come ci pare, però proprio in questo “ci pare” si nascondono spesso visioni limitate dettate da una conoscenza superficiale di sé e di quello che sta attorno.

Ognuno ha la sua indole e c’è chi potrebbe essere spinto a essere più spregiudicato di altri, a ricercare adrenalina, a essere avventato, poco ponderato e a spostarsi ogni volta vicino al limite. 

Ma bisogna tener conto (e questo vale per tutti) che il corpo umano predilige e rimane in salute e longevo nel tempo se adotta dei regimi di vita salutari e che la mente e la psiche umana, seppur bisognosa di essere sollecitata, può andare fuori giri se traumatizzata o bistrattata a lungo. 

Se da una parte per la nostra evoluzione è necessario metterci alla prova e stare anche sotto pressione, dall’altra parte dobbiamo convenire che non siamo così resistenti e poco tolleriamo eccessi ed estremismi se non pagandoli danneggiando il nostro sistema.

Forse la ricerca dell’equilibrio tra lo spingersi sempre avanti e non esagerare fino a nuocersi racchiude in sé il vero concetto di sostenibilità.

Cosa vogliamo vincere? Perché vogliamo vincere? In che modo vogliamo vincere?

Il Bodybuilding è occasione di vita, ma possiamo anche praticarlo allontanandoci da questa. Siamo sempre liberi se scalare salite virtuose per innalzarci sempre più o se cadere nelle paludi della superficialità che porta a fondo nella bassezza. Forza fisica, buon cuore e conoscenza, il mondo ha bisogno sempre più di “Manbuilder” che non di semplici Bodybuilder. A noi la scelta.

Marco Ansaloni

Classe 1974, appassionato di sport da quando avevo 8 anni, ho continuato e  dagli anni 90 mi sono dedicato al  bodybuilding.

Nel mio percorso il titolo di Campione italiano NBFI cat Man physique over 40, Campione europeo INBA cat Man physique over 40 e pro card PNBA

Nel 2022 ho pubblicato il libro intitolato “Zen Bodybuilding”, che presenta la mia visione su questo sport, Inteso come mezzo per  “essere qualcosa in più” e non banalizzato dalla concezione del semplice “fare qualcosa in più ”.

Si può conoscere tutto sul Bodybuilding, ma se non si conosce chi lo pratica, non si può trovare nessuna strategia vincente”

marcoansaloni@live.it

Via Brennero 81/a 39040 Varna (Bz) c/o GarageTrainingVarna

348/3555150

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